La galaverna: il fascino del gelo nel cuore dell’inverno

Le estese gelate che questa mattina hanno interessato le pianure emiliano-romagnole, sono state contraddistinte dalla Brina: una forma di idrometeora dovuta a solidificazione (brinamento) del vapore acqueo o della rugiada, costituito come deposito di ghiaccio formato generalmente dal congelamento di nebbia super raffreddata o goccioline di nubi su oggetti con temperature superficiali solitamente inferiori (anche di poco) a 0°C.

Il WMO (Organizzazione Meteorologica Mondiale), regolamenta la brina in tre categorie: brina morbida (soft rime o galaverna), brina dura (hard rime o calabrosa) e ghiaccio trasparente (clear ice). I processi che portano alla formazione dei diversi tipi di brina possono avvenire quasi simultaneamente, possono verificarsi consecutivamente durante un periodo più lungo o possono anche alternarsi. Pertanto, in alcune circostanze, si possono osservare “depositi complessivi” molto eterogenei, con stati di transizione all’interno del deposito, e di conseguenza cambiare simultaneamente di consistenza e aspetto.

Vediamo di fare chiarezza: la brina morbida o galaverna appunto, quella che si forma principalmente sulle nostre pianure, (al contrario della calabrosa, brina dura con maggiore densità più assimilabile a quota di libera atmosfera e su oggetti esposti al vento) è costituita principalmente da ramificazioni di aghi sottili semitrasparenti o scaglie di ghiaccio perlopiù composte da piccoli grani bianchi e opachi. Si produce In prossimità del suolo, in condizioni di calma o vento debole, dove dal passaggio di stato dal vapore acqueo a ghiaccio si deposita una leggera brina non solo sul terreno, ma anche sugli alberi, sui tetti delle case, sulle auto ecc… cadendo facilmente da un oggetto se questo viene scosso. La brina “morbida”, risiede in goccioline d’acqua sopraffuse (liquide anche sotto zero), che mantengono un principio di accrescimento lento e una dissipazione veloce del calore latente di solidificazione.

Può prodursi in presenza di nebbia e con valori ambientali nettamente inferiori a zero gradi, visto che diminuendo, la temperatura dell’aria raggiunge velocemente il punto di saturazione e, per la presenza di nuclei di condensazione, si forma una nebbia bassa. In questa situazione avviene la solidificazione delle goccioline d’acqua nella nebbia con formazioni aghiformi di ghiaccio cristallino (più o meno omogeneo) che si sovrappongono alla brina. A temperature ben al di sotto di –8 °C, la formazione di soft rime non richiede necessariamente la presenza di nebbia ma comunque di un alta percentuale di umidità relativa.

La galaverna fu oggetto di diversi studi intrapresi da Ciro Chistoni, fisico italiano vissuto a cavallo del 1900 e pioniere della Meteorologia, ma venne nomenclata solo successivamente da Raul Bilancini, ispettore delle telecomunicazioni e assistente di volo dell’Aeronautica Italiana, nel suo “dizionario di termini meteorologici” di 114 pagine redatto nel 1963, dove di fatto comprende e definisce la brina dividendola in più categorie.

Roberto Nanni Tecnico Meteorologo Certificato e divulgatore scientifico AMPRO Meteo Professionisti

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